DIARIO DI BORDO del 19 maggio 2020 – Ci vuole un papà informatico

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Quarta uscita della nuova rubrica di Articolo 26 DIARIO DI BORDO che vuole essere uno spazio di esperienze e riflessioni su come famiglia e scuola si incontrano/confrontano in questo tempo. Oggi vi proponiamo la riflessione di un papà amico di Articolo 26, dell’Emilia Romagna.
Di V.C.

Di mestiere faccio il programmatore. Da 30 anni ho scoperto il gusto della programmazione, ho sperimentato i primi Commodore, poi i primi PC, quando c’è stato il boom dell’informatica ed eravamo tutti smanettoni, poi rinominati in nerd, quando l’informatica era ancora oserei dire sperimentazione. Nel corso di pochi decenni le cose si sono evolute enormemente, ma l’esperienza di quei primi anni me la porto dietro. 

Sono il “tecnico informatico” di famiglia: non c’è parente a cui non abbia sistemato un pc, installato un programma o tolto un virus. Credo che sia un po’ così anche per i medici: si dispensano su richiesta consigli a tutti.

Quando le figlie sono state abbastanza grandi le ho un po’ aiutate con le nuove tecnologie, i primi telefonini: più che altro con la mia esperienza ho cercato di insegnargli ad usarli bene, con attenzione, spiegando le regole di utilizzo e con un po’ di controllo. Non sono però riuscito a trasmettergli la passione per l’informatica in generale, per cui loro sono semplici utilizzatrici, mentre io sono diventato il loro riferimento per qualsiasi problema tecnico. Con un maschio forse sarebbe stato diverso, chissà… 

Poi arriva la quarantena…

Chiudono le scuole… Chiude il liceo delle figlie, ma anche la scuola primaria dove insegna mia moglie.

La prima settimana è di attesa: riapriranno? Non riapriranno? Mah… Recupereranno dopo…

Alla seconda settimana si comincia a parlare di compiti sul registro elettronico e di didattica a distanza. Beh… abbiamo due pc: li diamo alle ragazze, poi mia moglie lo userà al pomeriggio per preparare qualcosa per i suoi bimbi: in seconda sono piccoli per seguire le lezioni online.

Ma si dai ce la possiamo fare!

Però comincio a pensare che  io come programmatore potrei anche lavorare da casa… perché muovermi in questo periodo? Fortunatamente nella ditta dove lavoro sono sempre stati molto attenti dal punto di vista umano, e un raffreddore provvidenziale li convince a farmi stare a casa: inizio il telelavoro!

Mmmm… però i conti non tornano più: i PC sono sempre 2 ma devo lavorare pure io.

E cominciano le lezioni online!

Soluzione: chiediamo in prestito il PC del nonno! Ebbene sì: abbiamo un nonno digitale. A suo tempo gli ho fatto pure qualche lezione, si gestisce le sue foto, i suoi fogli excel con i suoi conti, i suoi archivi… Ma sì dai, lui ce lo da volentieri, tanto per qualche giorno…

Scatta l’organizzazione: sul pc del nonno creo un altro utente per una figlia così non rischia di toccare i conti del nonno e il nonno non fa pasticci con i suoi compiti. Per le videolezioni è più comodo collegare le cuffie BT. Andranno? Boh! Non ho modo di provarle con GMeet: “Domani a lezione prova!”.

L’altra figlia prende il portatile della mamma. Ok l’utente c’è già. “Colleghiamo anche qui le tue cuffie BT!” Ma non vanno… accidenti… questo PC non ha il collegamento BT… avevo comprato un’antenna BT… ma è in ufficio! E allora? Dovrai arrangiarti con le cuffiette.

Al pomeriggio mia moglie può riprendere l’uso del suo PC, mentre io uso il mio portatile, sul quale devo installare la VPN dell’ufficio.

La mattina ci troviamo in 3 a fare videoconferenze in contemporanea: quale è il primo pensiero di un informatico? “Reggerà la linea?” Ma sì dai: sono passato alla fibra da un po’…

Ok. Si comincia la giornata: tra un po’ la prima riunione in videocall in ufficio.

Ora… un informatico nell’immaginario collettivo è colui che “sa tutto” di informatica, di qualunque dispositivo abbia vagamente a che fare con l’elettronica, di qualunque programma. Classico è il nonno, l’amico, lo zio che telefona: “Cosa devo fare per…?” 

Cosa? Dove? Che programma usi? Cosa hai fatto? … Non tutti sanno che: non possiamo conoscere tutto, l’informatica è un mondo vastissimo in continua evoluzione, non siamo onniscienti. GMeet non l’ho mai visto: perché non si sente? 

Ok d’accordo non siamo onniscienti, ma per fortuna l’esperienza aiuta: una rapida occhiata, trovo le configurazioni, dispositivi audio, cambio dispositivo… et voilà… adesso si sente.

In 10 minuti abbiamo risolto. Il papà informatico ha salvato la situazione.

Primo pensiero: quanti non hanno idea di come mettere mano alle impostazioni? 

Secondo pensiero: e se fossi stato in ufficio? Un conto è vedere il programma di persona, un altro è cercare di indovinare le cose mentre a voce provano a descriverle per telefono: avremmo perso mezz’ora in più come minimo, con buona pace della lezione. 

Terzo pensiero: e se fosse stata più piccola a casa con i nonni? No, per i miracoli non sono attrezzato.

La pace dura un attimo, vengo subito disturbato da una voce estranea: è la prof, l’altra figlia ha tolto le cuffie. “Sono scomode, sento meglio così”. Si ma siete in due in una stanza, disturbi tua sorella! Trasferisciti almeno in cucina!

Finalmente posso lavorare… Abbiamo trovato il ritmo.

Fino a quando il maestro di chitarra decide di provare a fare videolezione pure lui, via skype. Accidenti! Ma non possono usare tutti la stessa piattaforma? Skype non lo uso mai. Proviamo. Quando? Ora! 

Ovvio… queste cose si sanno all’ultimo minuto, tanto il papà è informatico, ci mette un attimo (non so mai se essere lusingato da questa considerazione o arrabbiarmi per la frenesia che mi mettono).

Va bene: ho un account sul mio PC, non ricordo neanche la password, proviamo a vedere se va.

Ricollega le cuffie… ma no faccio senza… ok prova il microfono… non va… accidenti sul mio non va il microfono… prendo quello esterno… no è vero che non ha mai funzionato… ci vuole la scheda aggiuntiva… Colleghiamo le tue cuffie… Ok vedo il maestro… ma non si sente! … Si è scollegato… Mi richiama… Ok ora lo sento… ma non mi sente lui… Ecco! Adesso va… Ce l’abbiamo fatta…

Abbiamo perso 15 minuti di lezione. Ma sono fiducioso che la prossima volta andrà meglio.

Insomma, è normale un po’ di rodaggio, adesso che abbiamo ingranato andremo lisci come l’olio.

Poi arriva quella mattina.

Sveglia tranquilla, colazione, vado al pc. Accidenti non c’è rete. Beh ogni tanto capita: devo riavviare il wifi. Ma la rete non va ancora. Il modem ha una luce rossa: brutto segno, comincio a preoccuparmi. Riavvio tutto (metodo universale di soluzione dei problemi appreso grazie alla mia laurea in ingegneria informatica). Nulla. Riavvio una seconda volta. Niente. Tutti i pc hanno lo stesso problema.

Qui torna in gioco la mia indole di smanettone: comincio a guardare i parametri del modem, le configurazioni, i dati… nulla. Nel frattempo arriva l’ora della prima riunione in ufficio: in extremis decido di attivare il router del telefono: farò la call utilizzando la linea dati mobile anzichè la linea fissa. Mentre parliamo provo a controllare tutti i collegamenti, e con un occhio controllo il consumo dati: a quel ritmo non finisco la settimana, devo trovare una soluzione.

“Ragazze! Raccogliete le vostre cose e i portatili! Andiamo dal nonno!”

Mentre mia moglie chiama il nonno per avvisare, io chiamo la Telecom per segnalare il guasto. Poi via di corsa: bisogna accendere tutto in tempo per l’inizio delle lezioni, per fortuna il nonno vive nel pianerottolo accanto…

Solo che i giorni si allungano… non sono più “qualche” ma diventano “molti”. Mio suocero avrebbe piacere di usare il suo portatile anche per tenersi impegnato. E mia moglie con la DAD comincia ad essere parecchio impegnata: ci vuole un sacco di tempo a correggere i compiti sulle immagini anziché sui quaderni. E per fortuna che conosco qualche programmino semplice, ma efficace per aiutarla a velocizzare i tempi. Per non parlare poi delle videolezioni da preparare, con programmi nuovi e tecniche ovviamente mai neanche lontanamente pensate prima da una maestra di scuola primaria. Anche in questo caso sono arrivati suggerimenti dai colleghi, ma poi chi ha imparato ad usarli in fretta è sempre l’informatico di casa che anche su questo si è fatto dell’esperienza nel corso degli anni.

Insomma: 3 pc cominciano ad essere pochi. 

Il mio capo è comprensivo e mi permette di andare a prendere il pc dell’ufficio e portarlo a casa. Così un pomeriggio, sentendomi quasi un fuggitivo che deve muoversi con circospezione, prendo la macchina e vado a prendere il PC per strade semideserte, con guanti e mascherina, con l’ansia da rischio di contagio: le campagne martellanti in tv hanno fatto un certo effetto.

Ma finalmente arrivo a casa con due pc. Ovviamente nessuno dei due lavora con il wifi, ma ho la casa cablata: come informatico ci avevo pensato a suo tempo. 

Adesso abbiamo ingranato. Siamo finalmente a regime. Non posso dire che siano finiti tutti gli intoppi: c’è sempre qualcosa che non va, qualcosa che non si sente, qualcosa che non si sa come far funzionare. In realtà mai nulla di esoterico e neanche di insormontabile, ma capisco che ci possano essere tante famiglie in difficoltà: chi non lavora con un computer, e magari ha figli piccoli, che metti caso stanno con i nonni, ha bisogno di un “elettrodomestico”: spingi un pulsante e va. Peccato che nel mondo dell’informatica non è quasi mai così!.. 

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