La famiglia, questa dimenticata?

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La Commissione Nazionale per il Sistema integrato di educazione e di istruzione ha recentemente approvato il documento “Orientamenti Nazionali per i Servizi Educativi per l’infanzia” che, insieme ad altri documenti, andrà a costituire le Linee Guida per il nuovo sistema integrato 0-6 anni. Per le audizioni preliminari Articolo 26 ha inviato al MIUR un proprio contributo avvalendosi della consulenza di diversi specialisti, che ringrazia. In particolare, ha evidenziato alcune criticità nella impostazione generale riguardo la collocazione dei genitori, e più in generale della famiglia, nel sistema.

In questi ultimi anni si può notare una chiara evoluzione dei rapporti tra famiglia e istituzioni educative. Da un lato, i compiti educativi spettanti ai genitori vengono delegati in maniera sempre più crescente a queste ultime. Dall’altro, vengono progressivamente cancellati i diritti educativi della famiglia e il suo ruolo formativo, nonostante dal dopoguerra ad oggi sia riconosciuto da innumerevoli carte internazionali.

Anche questo importante documento conferma questa tendenza sulla quale si è focalizzata la nostra prima e più rilevante osservazione.

L’obiettivo dichiarato è di costituire un servizio di qualità in grado di intervenire nei primi mille giorni di vita del bambino, decisivi per il suo futuro. Ma questo obiettivo parte da una concezione autoreferenziale del servizio, che riconosce la vita del bambino sostanzialmente solo all’interno del quadro rappresentato dai servizi educativi. Senza cioè considerare il ruolo formativo primario della famiglia come motore positivo.

Sono apprezzabili le sottolineature sul bambino titolare di diritti, e persona ‘competente’, cioè capace di vivere e costruire legami che fanno crescere e scoprire cose nuove. Ma si riferiscono sempre a un bambino ‘decontestualizzato’, separato cioè dal suo ambiente originario di riferimento che ha la sua fonte vitale nel rapporto genitore/figlio. Il bambino appare comprensibile nel suo valore di persona e di soggetto di un dialogo educativo fecondo solo in funzione del suo essere cittadino con diritti propri ed esigibili. E solo in quanto frequentatore di un servizio pubblico gestito dall’amministrazione pubblica, in modo diretto o indiretto.

In generale l’esperienza familiare del bambino appare prevalentemente come qualcosa da conoscere solo per calibrare interventi correttivi e compensativi. Oppure per segnalare l’importanza che il servizio può avere su aspetti socioeconomici della vita dei genitori, in quanto garantisce loro la possibilità di lavorare. Cosa certamente positiva, ma che andrebbe vista anche nei suoi riflessi sul vissuto del bambino. L’esperienza familiare però non appare mai come la prima risorsa che il bambino riconosce come propria nel suo cammino verso la conquista della propria identità.

Sull’alleanza educativa è dedicato un intero capitolo, nel quale però non è mai esplicitata la ricchezza dell’esperienza familiare, così come non sono indicate le modalità con cui essa potrebbe essere resa presente. Mettere in relazione in modo armonioso il mondo del servizio educativo con il proprio mondo familiare è un compito che non può essere del bambino senza essere prima degli adulti. È questa la sola base per l’Alleanza educativa.

Per questo non può esserci il riconoscimento delle forti diversità che caratterizzano i bambini in questi primi anni di vita senza un rapporto positivo, stabile e riconosciuto con i genitori. Genitori con i quali è già in essere quella “relazione stabile, significativa, capace di cura in cui i bambini scoprono una affidabilità dei legami”.

La mancanza nel documento di qualunque riferimento al dovere di educare ed istruire i figli costituzionalmente imposto ai genitori dall’art. 30 della Costituzione ci è apparsa quindi una mancanza grave. E’ un dovere che la Repubblica si impegna ad agevolare, riconoscendone però ai genitori la piena titolarità e responsabilità giuridica. Con tale mancanza si cela invece il fondamento giuridico da cui partire per la ricerca delle risposte più efficaci alle esigenze educative della prima infanzia.

In conclusione, negli Orientamenti non c’è equivalenza – per quanto riguarda il vissuto del bambino – tra esperienze nel nido ed esperienze in famiglia. Perché quindi considerare la famiglia una istituzione educativa subordinata ai servizi? O vista come realtà da correggere, sia pure con discrezione e pazienza? L’alleanza educativa non può mai ridursi alla sola partecipazione della famiglia al progetto del servizio educativo. Deve invece saper essere sempre occasione per la accoglienza, da parte del servizio, della diversità della famiglia, portatrice di un proprio progetto. Progetto che il servizio assume criticamente, ma con apertura e intelligenza, per sostenere in modo saldo ed efficace le radici dell’identità del bambino. Da genitori e cittadini auspichiamo che nel documento siano svolti degli interventi integrativi che esplicitino questi aspetti, che sono importanti non solo per il sistema 0-6, ma per tutta la scuola.

 

 

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